Stamattina, come mio solito, faccio un rapido giro dei quotidiani online.
Ed è con somma tristezza che mi trovo a leggere un articolo di Lidia Ravera su l’Unità. Dico tristezza non per quello che c’è scritto, che condivido, ma per un paio di cose che vi ritrovo e che mi disturbano profondamente la mattina presto con solo un caffè amaro nello stomaco.
Trattasi di parole sbagliate. Banali errori di ortografia.
“Decoltè” invece di “décolleté“, “weltanschaung” invece di “Weltanschauung“.
Ora, se si vuole si può anche dire che sono pignola. Ma, dal mio punto di vista, se uno è scrittore e giornalista e pubblica un libro/articolo su di un quotidiano, le parole deve scriverle bene, eccome. Soprattutto se usa termini stranieri che fanno tanto CULTURA. Quando scrivi ti prendi una bella responsabilità. Un errore capita a tutti, certo. Ma se io so che quello che scrivo verrà pubblicato, forse sarebbe il caso di controllare prima di usare un sostantivo tedesco (i quali, com’è noto, devono essere scritti con la lettera maiuscola: è così la regola, non ci si può fare niente).
Mi spiace per la Lidia, va’. Ho anche letto qualche suo libro e la seguo come giornalista, ma, come direbbe il mio amato relatore C., “quanno ce vo’ ce vo’”.
Mi spiace ancora di più leggermi la traduzione del libro sul quale sto facendo la tesi e scoprire che la germanista (e sottolineo germanista) che l’ha tradotto non solo scrive “weltanschaung”, ma scrive pure “pò” con l’accento.
Evvaiiiiiiiii!









Decolté è un’italianizzazione del vocabolo francese, quindi il suo uso mi sembra del tutto corretto. Al contrario ho trovato nel tuo articolo un và malandrino… Va non si accenta mai! Chi di spada ferisce…
Per il ‘và’ hai proprio ragione: un refuso di cui chiedo venia e a cui pongo rimedio!
Ma “decolté” non esiste in italiano. Non vedo perché debba essere usato: non è né un prestito né un calco, solo una storpiatura.
Si capiva che “và” era un errore di distrazione (eheh mi piace punzecchiare): del resto la regola sui monosillabi l’avevi presupposta quando hai scritto a proposito di “pò”. Quanto a “decolté” è vero, in italiano non esiste, ma nel linguaggio giornalistico l’uso è frequente e credo ormai che si possa annoverare tra i neologismi. E’ un po’ la stessa cosa che succede con le parole italiane assorbite dalle altre lingue (italianismi). Per fare qualche esempio: macaroni in italiano non esiste, ma penso possa considerarsi un vocabolo anglosassone a tutti gli effetti! Ancora: mafiaist e mafiaism (orribili questi!), mozzarella cheese e altri ancora.
Mmmh, non sono sicura che si possa annoverare tra i neologismi. Ancora non è stata convenzionalizzata, quindi in teoria è ancora un errore, anche perché non vedo come mai non si possa prendere il termine esatto come accade per tanti altri (es. “welfare”). A meno che l’autrice non volesse scriverla sbagliata apposta. Anche questo è possibile, spesso si fa. Però a questo punto sorge un problema di comunicazione. Se io scrivo una parola straniera sbagliata apposta (per fare… simpatia? ironia?) e poi subito dopo ne scrivo un’altra errata palesemente non di proposito (il famigerato “weltanschaung”), allora la mia ironia si perde e sembra solo che io non sappia scrivere. Non credi anche tu?
Ripensandoci, comunque la tua ipotesi non mi convince (senza offesa, eh).
Il paragone con quei termini inglesi non regge. Tu citi una serie di prestiti linguistici integrati (macaroni) o no (mozzarella cheese) che esistono davvero in inglese (e quindi anche su di un comune dizionario). Se io li citassi, citerei solamente una parola italiana che è stata accolta in un’altra lingua, intatta o modificata. Lo stesso vale per l’italiano: computer o bistecca sono prestiti, cioè una particolare forma di neologismo.
Ma il neologismo, appunto, prima o poi entra di diritto nella lingua in questione: appare nei vocabolari che ti segnalano anche che si tratta di un neologismo.
Uno status, però, che non ha raggiunto ‘decolté’, che è solo un errore e basta. Il prestito italiano, infatti, è “décolleté”, e così lo trovi sul vocabolario:
décolleté
agg., s. fr. (f. décolletée; pl.m. décolletés, f. décolletées); in it. agg., s. inv. (o f. e pl. orig.)
• agg. Scollato: abito, scarpa d.
• s.m.
1 Scollatura di abiti femminili; l’abito stesso: un raffinato d. nero
2 Tipo di scarpa femminile senza allacciatura, che lascia scoperto il collo del piede
• a. 1892
‘Decolté’ è solo una storpiatura di chi, non conoscendo il francese, non cerca nemmeno sul vocabolario italiano, dove quel termine ormai compare a pieno titolo. Non può essere un neologismo, perché il neologismo è già l’adozione del termine straniero corretto. E’ come quando qualcuno scrive “fa pan dan” (giuro, l’ho letto), invece di “fa pendant”.
Poi, chissà, magari i linguisti adotteranno anche quella forma e mi smentiranno.
Spero di essere stata abbastanza chiara.
Stai dicendo che la mia compagna di corso scrivendo, cito testualmente, “un abito di color bordò” non ha usato un neologismo, ma solo la sua inesistente preparazione?
…e io che l’avevo eletta a mio mito!
Per la diatriba di cui sopra: io sono pienamente convinta della tua tesi!
Chiedile se dice anche “retrolampo”! Allora sì che sarebbe un mito!
Adesso mi informo! Oggi, tanto per essere secondi a nessuno, durante la lezione di Cultura Letteraria della Grecia Antica (…) la docente ha nominato Protagora e uno dietro di me ha detto con il suo vicino “Chi?” e per tutta risposta ha ottenuto “Quello del TEOREMA”, il primo “Aaah!”
Piove, governo ladro.
p.s: “retrolampo” fa troppo Fascisti su Marte! (come sono gggiovane)
Chi è quello del teorema di Protagora? Sai dirmi nome, cognome, indirizzo? Anche di quello che ha risposto ahhh. Ho giusto due teste di cavallo fresche da spedire.
Caro Aubrey, sei troppo suscettibile all’argomento… troppo di parte, insomma :)
Come dice il professor Fontecedro (alias Luttazzi), lo sanno tutti che la matematica è inutile :P